L'arte della guarigione è la pratica della cura dell'anima
Al sentirci male, l’atto primo che facciamo è quello di recarci dal saggio medico o farmacista in grado di risolverci la sofferenza con un rimedio. Da farmacista posso solo dire che le medicine odierne non possono essere considerate cure poiché se lo fossero, ci dobbiamo chiedere perché siamo costretti ad usarli continuamente finché abbiamo una malattia? Una medicina non può essere considerata tale, ma piuttosto una sorta di integratore di supporto a questo punto. Una medicina dovrebbe guarire ed essere in grado di risolvere il problema piuttosto che accompagnarlo. Ahimè però, sono ben pochi i rimedi che possono essere definiti come tali. D’altronde però a chi importa! Ormai non è più nell’interesse di nessuno indagare nelle radici del malessere perché è più immediato ed economico usare delle toppe piuttosto che acquistare dei nuovi abiti. Non si tiene più conto del benessere, ormai né il guaritore e né il malato hanno più il tempo a disposizione per recitare la propria parte in una società liquida in balia alle inondazioni d'ansia e paura a cui è sottoposta. Ormai siamo tutti diventati dei consumatori e dei prodotti che si autoconsumano alla ricerca del senso della vita, che non si appaga nemmeno con tutto l'oro del mondo. Purtroppo, però, l’estetica della guarigione conta ed essendo un’arte, richiede pratica e pazienza reciproca affinché si possa sconfiggere il male in sé.
Cos’è quindi il malessere? Cosa lo distingue da ciò che non è? Perché si manifesta e soprattutto, che scopo ha in sé? In medicina, il malessere è uno stato di salute distinto da quello che non è perché con esso si diventa ammalati manifestando segni e sintomi caratteristici che altrimenti sarebbero assenti. Si manifesta quando vi è un mancato stato di resistenza del benessere innato, quello che la medicina alternativa chiama lo spirito vitale. Di conseguenza, il malessere diventa necessario purché possa esserci il benessere, che permette la preservazione e l’evoluzione dell’essere. Così, solamente quando l’uomo conoscerà il male nascosto in sé, saprà la meta finale verso cui dovrebbe tendere per trovare il proprio benessere.
L’arte della guarigione diventa un'indagine nei propri turbamenti.
Il sintomo è il fenomeno e la conoscenza è il risultato dell'esperienza, perciò una psiche sana è fondamentale. Però anche il corpo è essenziale perché se la mente non vive in un corpo sano, essa non riesce mai ad esprimersi non essendo nel luogo giusto. Il compito primario, dunque, della psiche è far sì che il corpo funzioni bene. Per fare ciò, essa deve voler bene al proprio corpo, di conoscere ciò che è utile per esso, e allo stesso momento non perdersi di vista e non trascurarsi perché una mente malata abbandona anche il corpo. In altre parole, bisogna praticare l'esercizio fisico e il dialogo con se stessi.
La psiche è il generatore dell'energia vitale o spirituale che anima il corpo. Spinoza assume addirittura che la psiche serve per nutrire il proprio conato, il proprio slancio vitale che permette la volontà di essere. Jung, il fondatore della psicologia analitica, chiamò quest'energia anima, come la chiamarono anche i latini, e assunse che tale è controllata dall'ego, la parte di noi con cui ci identifichiamo con la parola Io, che si rifà di solito ad uno schema di condizionamenti sociali acquisito durante la propria vita al fin di avere adeguati comportamenti civili. Senza l'anima, l’essere è solamente un’estensione materiale inerte perché non ci sarebbe nemmeno l'ego. Se si indebolisce questa forza energetica, si hanno sconforti, fastidi, dolori, sintomi e malattie poiché non scorre più nel corpo compromettendo l'armonia. La risoluzione, dunque, parte dal suo ripristino lungo i meridiani del corpo in modo da rinvigorirlo.
L'anima è quindi modulata dall'ego, ma in particolar modo si tratta di una parte dell'ego che lo psicologo svizzero chiama la persona, quella parte insicura di noi che vuole farci apparire ciò che non siamo per gonfiarci il petto come dei pavoni in cerca di accoppiarsi, motivo per il quale cerchiamo sempre l'approvazione degli altri. La persona è ciò che ci dà l'identità sociale. Si tratta di una parte narcisa di noi, che invece di resistere alla morte come l'anima, l’abbraccia. L'ego non si rende conto però che facendo così si reprime e si uccide l'anima, la madre. L’ego infondo è la mente razionale, calcolatorice, che vive in prospettiva aspettandosi sempre il peggio, è prudente e non sa vivere in quiete perché in realtà è scettica, diffidente da quella madre e compagna di viaggio, irrazionale, umile, che abbraccia la vita con amore, coraggio e totale senso di follia, l'anima. L’Io teme per la propria incolumità e per l'immagine di sé poiché è troppo attaccato alla realtà, alla propria vanità, alla persona che vuol essere l'attore teatrale che recita un copione socioculturale morale. Se non vi è nessun trauma fisico, la cura del corpo diventa un palliativo, se non avviene il ripristino dell'anima. Di conseguenza, se la psiche non riesce a sostenere l'energia vitale che il corpo necessità, quest'ultimo si ammalerà e perirà.
Una soluzione potrebbe essere quella che se l'Io fosse esposto alla verità del destino, esso sarebbe più tranquillo, avrebbe meno paura e vivrebbe più in armonia con l'anima. Ecco perché le persone di fede possono essere più spontanee e pacate di coloro che non lo sono affatto. Sono meno egoiste, vivono di speranza, e sono convinti dell’esistenza di una provvidenza che possa essergli a favore qualora adottassero determinati comportamenti etici. L’unico problema è che nella stragrande maggioranza dei casi le persone non capiscono la propria fede e non si rendono conto che tendono a vivere nella repressione del propria anima e nella paura di morire assecondando l'ego barattando il bene per il male e il male per il bene. L’obiettivo, quindi, è che bisogna convincere l’ego che tutto andrà bene durante il viaggio della vita, se si facesse trasportare dal vento in poppa soffiato dall'anima sorgente della vita. L’arte della guarigione sta nella veggenza e la conoscenza di noi stessi.
Jung fù influenzato da Platone, che sostenne che il nostro mondo appare a noi quindi così com’è per anamnesi di quello reale del pensiero, l'iperuranio, il mondo delle idee di Dio. L’unico modo per accederci, quindi, è per via dell'Immaginazione che precede la ragione. Questa visione diventa come un portale d’accesso al mondo delle idee, un buco di tarlo che ci permette di viaggiare nello spazio-tempo tra il mondo subdolo, della falsità e del vizio in cui viviamo, e quello della verità, delle virtù e della giustizia cosmica che sogniamo di vivere. Dunque, accedendoci, guarderemmo nel disegno celeste e potremmo intuire l'idea di come cambierà il mondo reale e conoscerne, di conseguenza, il destino. Immaginando, ossia andando oltre la ragione, accediamo agli entanglement quantistici dell'universo, veniamo assorbiti nella mente del demaurgo dell'universo. In altre parole, possiamo conoscere la provvidenza del fato e capirne gli atti, ciò che Jung definì la sincronicità. Immaginando, dunque, si entra in contatto con il mondo delle idee, dove risiedono gli archetipi, gli schemi di dio, ossia dell'inconscio collettivo. Saper interpretare questo linguaggio ci permette di capire la nostra vera essenza e camminare sul sentiero che si prefissa per noi dal fato, la necessità cosmica.
A volte basta saper cogliere i segnali, vivere nel momento le coincidenze degli eventi non-correlati per capirne l'alchimia. Accorgendosi, si entra in contatto con la meta del proprio spirito determinato dalla mano della volontà universale. Se non si riesce a sentire tali sensazioni, si avrà un'anima in conflitto e mancante di un senso di vita e si troverà a vivere sul sentiero sbagliato e in sofferenza, fuori luogo. Essa si troverà ad essere come una pianta non autoctona trapianta in una serra, che pur crescendo bene, non avrà mai la stessa essenza di una che cresce nel suo habitat naturale. Anzi essa tenderà solamente a generare gas serra che inquinerà e farà soffrire il mondo che la circonda.
Jung dice che per conoscere se stessi bisogna mettere da parte l'ego e questo può essere fatto solamente nei momenti di passività egoica come nell'immaginazione attiva e nei sogni. In entrambi i casi, si può confrontare il proprio alterego, ciò che Jung chiamò ombra, quella parte che nascondiamo fortemente reprimendola perché ce ne vergognano ed odiamo di noi stessi. Riflettendoci sopra in un modo dialogico, ci permette confrontare quella parte innata di noi che ci telecomanda e che non riusciamo a domare. Uno scambio di idee che ci permette di conoscere noi stessi e prendere decisioni in conseguenza sul futuro.
Il metodo consiste nel chiedersi sempre a cosa si è legati che ci impedisce di essere ciò che vogliamo essere dal profondo dell'anima. Questo ci permette di capire i condizionamenti sbagliati che hanno determinato il carattere del nostro daimon non riuscito. Chiederci e conoscerci ci aiuta ad essere in un certo senso più cinici, ribelli, anticonformisti e soprattutto coraggiosi di perseverare in ciò che crediamo. Bisogna accantonare la mediocrità e non temere il peggio pur a costo di morire. D'altronde, come dicevano gli stoici, la morte è la virtù più nobile a cui attingere per vivere ed ottenere la libertà. Egli preferivano piuttosto la morte che essere prigionieri di se stessi e degli altri. Se non si è disposti a farlo, allora si accetti la tirannia, la schiavitù e non si meravigli del male, si accetti di essere una preda impotente che si nasconde nella giungla che vive sperando di non essere catturata, o si accetti di essere degli sciacalli piuttosto che dei predatori. La morte è anche simbolica, uno può essere vivo, ma allo stesso tempo essere schiavo delle propria vita ed essere un moribondo che cammina come un cammello, alla detta di Nietzsche, che si inginocchia e si alza andando in avanti per inerzia accettando e accollandosi tutto il peso della vita e tutto il male del mondo, dai pregiudizi e gli stereotipi del dogma in cui crede, senza chiedersi mai il perché.
La cura del male passa quindi attraverso la coltivazione della virtù del coraggio che ci aiuta ad affrontare la paura. Una persona coraggiosa rispetta la paura riconoscendone le forze. Il coraggioso accetta ciò che si teme e ne ammette l’esistenza. Da una parte, essere coraggiosi implica possedere la saggezza, un’ulteriore virtù che permette di vedere con il terzo occhio, quello della psiche, cosa c'è oltre l'ostacolo e prevederne le conseguenze. Il coraggio permette ai saggi di diventare sovrani, re del proprio destino. D'altronde, uno che sa, ma che non ha coraggio di agire è un codardo. Dall’altra parte, il coraggio è un amore folle in una decisione nonostante la presenza del rischio. Solo un folle è capace di buttarsi nel mare in tempesta per amore o di nuotare insieme agli squali. Il coraggioso ha fede nella riuscita della propria impresa, giusta o sbagliata che sia. Il coraggio è come una professione di fede, che più la si pratica, più ci si diventa radicali. Il coraggioso può anche essere un amante del rischio e del brivido al punto da provare eccitazione. Di conseguenza, si tratta di una virtù, dunque, neutra che non conosce né la saggezza né l’ignoranza, ma è un dono con cui si nasce e che si coltiva in base al tratto di personalità che si ha e dall’ambiente in cui si cresce. Per esempio, una persona guidata dall’ego sarà prudente e avversa e chiusa all’esperienza che organizza e pianifica la sua vita in ogni singolo dettaglio, mentre una persona trainata dall'anima e dallo spirito della vita sarà più spregiudicata e aperta a nuove esperienze lasciando che tutto scorre come un pantarei. Diciamo che il sovrano, il saggio coraggioso, è colui che non crede nell’intervento del fato, mentre il folle, l’ignorante coraggioso, è colui che crede nel fato. Tuttavia, dato che il saggio è colui che ammette di non sapere a detta di Socrate, al contrario dell’ignorante, il quale non ammette di ignorare, paradossalmente il sovrano vive nel dubbio e il folle nella certezza. Per questo motivo che la saggezza e la follia non possono esistere senza la temperanza, la virtù che permette di capire l’eccesso in ogni situazione e con la quale è possibile capire su quale lato della bilancia pendere per riequilibrare la propria vita.
Conoscere il male dentro di sé si può attraverso l’introspezione e la contemplazione. Tali ci permettono di svilupparci sul piano umano e intellettuale ed emotivo e di diventare la migliore versione di noi stessi al punto da raggiungere il pensiero originale entrandoci in sincronia completandosi in una unica sostanza universale. In poche parole, la parte raggiunge l'insieme, che racchiude in sé tutte le altre. Se non si riesce farlo, il male si materializza precocemente e stagnerà lungo i meridiani del corpo causando la stagnazione dello spirito vitale da qualche parte. Quindi la cura del corpo è solo palliativa se l'anima è malata. Pertanto, l'arte della guarigione è la pratica della cura dell'anima.
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