Essere se stessi è il segreto dell'esistenza ...
Una delle cose con cui spesso mi trovo a riflettere è la ricerca della felicità. Ho letto davvero tanto a riguardo. Ci sono molte scuole di pensiero ed ognuna ha un modo peculiare di pensarla. Mentre alcuni non osano nemmeno a contemplarla, altri ancora sembrano essere costretti a definirla all'interno dei propri modelli sociali e secolari. Molti filosofi e psicologi cercano di darci spiegazioni da seguire per essere più resilienti, però, infondo, ciò che importa è essere consapevoli di essere se stessi in qualsiasi circostanza. Essere silenti e non far nulla rispetto le circostanze con cui non ci si trova d'accordo è una repressione della propria libertà. Pertanto felicità è un sinonimo di libertà.
Ognuno di noi è stato cresciuto ed educato in un modo diverso e soprattutto ha vissuto esperienze e condizionamenti comportamentali che hanno dato forma al suo essere. Cosi, coltiviamo passioni, abbiamo modi diversi per essere alienati, ma tutto parte dal fatto che in essenza siamo forze della natura che necessitano libertà d'espressione e manifestazione. Purtroppo raggiungere questa meta comporta il valicamento dell'ostacolo più grande che si possa affrontare, ossia ciò che non si è, ciò di cui non ci sentiamo rappresentati, la nostra persona. Essa è la maschera dietro cui ci nascondiamo ogni giorno per comunicare al mondo come vogliamo essere percepiti. Oltre a rappresentare il contrario di ciò che siamo, è la manifestazione di un'ombra che non possiamo scrollarci di dosso. Solamente quando manifestiamo il dissenso e lottiamo per ciò che in realtà siamo dentro, ci sentiamo padroni di noi stessi e del nostro destino. Se non si può superare quest'ostacolo, si rimane in balia di essa. Non farlo, significa assistere alla propria annichilazione ed essere una capra nel gregge che affida le proprie sorti alla volontà del pastore, oppure, per ironia della sorte, alla volontà della plebe stessa. Contenersi soffoca l'essenza di esistere e con se tutte le emozioni che accompagnano il sentimento. Bisogna non scendere a compromessi e liberarsi dai costruttivismi familiare, sociali e culturali che limitano e condizionano la libertà d'essere, la nostra volontà. Questo però potrebbe portare al crollo dell'etica e dei valori morali. Si assisterà così alla morte di Dio, per usare un'espressione di Nietzsche, ossia alla morte della realtà a cui siamo ancorati culturalmente e socialmente.
Ovviamente, si tratta di una fine crudele per se stessi, di cui bisogna solo prenderne atto e abbandonarsi alla vita per ciò ch'è, un uragano spirituale di bellezze e sentimenti sublimi per l'anima. Questo significa abbandonare il risentimento e perdonare il destino e ridefinire cosa vale la pena vivere cercando la felicità negli impulsi della vita e in ciò che sogniamo con dignità. Così, coltivando se stessi di nuovo senza porsi limiti si può raggiunge la propria massima volontà di potenza e si diventa l'oltreuomo che accetta l'eterno ritorno, l'essere compiuto che si è unito con la propria essenza metafisica dell'anima. Un essere che diventa talmente fiero di se da accettare di rivivere la proprio vita all'infinito.
Così, come in tutte le cose, anche la libertà non si ottiene senza pagare, senza avere il coraggio di combattere per essa, anche a costo dei propri valori morali. La ribellione per la libertà però, ancor prima, non si può neanche pensare di fare se non si è pronti a morire per essa. Non vuol dire la morte fisica ma anche la morte morale. È meglio vivere brevemente nel brivido, che morire lungamente nell'impossibilità d'essere.

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