Omeopatia, la medicina incompresa...

Il rimedio omeopatico è una diluizione quasi infinitesimale al punto da non contenere nulla della sostanza originale con cui è stata preparata. La medicina omeopatica non attribuisce i propri effetti quindi alla presenza di sostanze al suo interno, ma piuttosto ad un flusso di informazioni che sollecita l'energia vitale del malato. Gli omeopati si rifanno alla teoria elettrodinamica dei campi della meccanica quantistica per spiegare gli effetti della loro medicina. Una teoria tanto imprevedibile quanto affascinante, ma ciò nonostante, non ci sono evidenze empiriche a riguardo e di conseguenza c’è solo molta critica. Ritengo comunque che sia riduttivo escluderla completamente in virtù del suo carattere soggettivo. La sua verità è dubbiosa e per questo motivo la comunità medica deve ricercare in essa pur a costo di rivoluzionarsi. Come ogni cambiamento, ci sarà sempre una resistenza forte, ma in fondo, l’omeopatia sfrutta i meccanismi biologici che stanno dietro alle risposte di adattamento allo stress come la farmacoresistenza.
La medicina omeopatica tratta il malato con un rimedio preparato diluendo una sostanza che se fosse usata in una persona sana evocherebbe sintomi simili a quelli riscontrati in una malattia. In generale, il rimedio omeopatico si ottiene diluendo una parte di droga con 10 o 100 o 1000 parti di acqua purificata e si ripete estraendo ancora una parte dalla diluizione ottenuta e mischiandola di nuovo con altra acqua purificata seguendo lo stesso schema e così via. Se il rimedio è stato diluito usando parti decimali, si usa la lettera D; se è stato ottenuto usando parti centesimali, si usa la lettera C; se è stato ottenuto usando parti millesimali si usa la lettera M e via dicendo. Ogni lettera è normalmente preceduta dal numero delle successioni effettuate. Per esempio, un rimedio di Nux Vomica 30C è stato preparato per mezzo di 30 successioni centesimali. Ad ogni successione, il preparato viene vigorosamente agitato aumentandone l’energia potenziale. Lo scopo è quello di produrre un rimedio carico di energia in grado di ripristinare quella carente del corpo che si presume sia responsabile del malessere psicofisico. 
Tuttavia, secondo le leggi della fisica è impossibile trovare una molecola di sostanza originale in un rimedio diluito a 24D o 12C e in poi. Intanto, anche intorno alla soglia di 6D, la concentrazione che ne risulta è uno per milione ch’è molto bassa da poter esplicare un effetto fisiologico tracciabile secondo il modello convenzionale. Come abbiamo detto però, la medicina omeopatica non attribuisce i propri effetti alla presenza di sostanze al suo interno, ma piuttosto ad un’energia che si crea durante il processo di preparazione. Ad ogni successione si formerebbe un una cavità, una firma, dovuta al movimento interno delle molecole della sostanza originale dentro il substrato acquoso. L’acqua in questo caso, quindi, si comporterebbe come una memoria su cui vengono impresse informazioni riguardanti le sostanze sciolte in essa. Al raggiungimento della diluizione 24D o 12C, che come già detto, non rimane nulla della sostanza iniziale, la parte ritirata dall’ennesima diluizione riesce a trasmettere alle nuove parti di acqua pura aggiunta le informazioni precedentemente memorizzate. A questo punto, il rimedio non include in sé delle sostanze, ma informazioni di ciò che vi era sciolto nelle sue diluizioni precedenti durante la preparazione. Così al contatto con il corpo, quest'ultimo si illude della presenza della sostanza originale scaturendo una reazione fisiologica d’adattamento. In poche parole, il corpo reagisce all’ombra inerte della materia originale. Se il rimedio fosse stato preparato ad esempio a partire da una tossina, il medicinale omeopatico fungerebbe da antitodo stimolando il corpo a reagire contro l'effetto l'avvelenamento di cui soffre. Così reagendo contro una “finta” tossina, che di per sé originalmente provoca sintomi simili ad una malattia, il corpo ripristina il suo stato di salute contrastando anche i sintomi della malattia originale.

Gli omeopati si fanno alla teoria elettrodinamica dei campi della meccanica quantistica, secondo la quale le molecole cariche interagiscono tra di loro per via di scambio di bosoni, ossia particelle prive di massa detti fotoni, quanti di energia elettromagnetica. In teoria quindi quando si mette una sostanza nell'acqua distillata e si eseguono le successioni, si caricano le molecole dell'acqua di energia che i cristalli dell'acqua si riorganizzano assumendo nuove conformazioni geometriche risonanti, ossia emittenti onde elettromagnetiche ad una frequenza specifica. Una frequenza che sarà relativa alla sostanza di partenza con la quale si prepara il rimedio. Queste onde sono in grado di attivare le strutture biologiche a distanza, come fanno gli aromi con i recettori nasali. Una volta si pensava, per esempio, che le sostanze devono legarsi per forza ad un recettore per poter esplicare un effetto, oggi si è scoperto che ciò non è necessario. Il meccanismo è anche vibrazionale poiché esistono diverse molecole in natura che hanno odori simili pur agendo su simili recettori. In poche parole, l'effetto non è più dato da un meccanismo chiave-lucchetto ma per lo più da una vibrazione a distanza ben precisa che fa tremare i recettori stessi come se venissero suonati senza contatto. Tuttavia, questa visione elettrodinamica non è accettata dalla comunità biomedica perché c'è ancora troppa resistenza da parte della biologia classica ad accettare i fenomeni legati alla meccanica quantistica, che sono imprevedibili e difficili da studiare, pur sapendo che le ricerche odierne nel campo della biologia quantistica hanno trovato evidenze forti sul ruolo dei quanti nei vari processi della fotosintesi, delle mutazioni genetiche, della visione e della biochimica.

Dov’è la verità quindi? La scienza presenta evidenze statistiche a favore di una medicina convenzionale, ma questo non vuol dire che il concetto dei simili che curano i simili sia così sbagliato. Servono solo ulteriori ricerche e forse una nuova concezione dei principi di causalità, soprattutto alla luce della meccanica quantistica. Criticare senza verificare vuol dire essere bigotti ed essere incoerenti mettendosi contro i presupposti della scienza stessa che ha il compito di essere aperta a tutte le possibilità. Si rischia senno di fare lo stesso errore che fece la chiesa contro Galileo Galilei. 

Che esiste quindi una forza reattiva interiore, una risposta di adattamento del corpo a qualsiasi stress questo è poco ma sicuro. Nella mia pratica professionale non vedo altro che nuove prescrizioni si aggiungono ai profili dei miei pazienti poiché le medicine già utilizzate tendono a non funzionare più. Questo fenomeno è chiamato anche farmacoresistenza ed è molto simile a quella forza vitale a cui la medicina omeopatica mira a correggere. Così se si somministra un rimedio omeopatico a dosi infinitesimali, si hanno le potenzialità di evocare una resistenza, una reazione che potrebbe essere in grado di sopprimere con sé gli effetti della malattia stessa. In pratica questo è quello che il padre dell'omeopatia Hahnemann disse per quanto riguarda la produzione dei rimedi omeopatici, anche perché a suo tempo non si conosceva né la meccanica quantistica né la memoria dell’acqua e lui stesso, come ammise nel suo celeberrimo libro l’Organon della medicina, non era nemmeno interessato a conoscerne i meccanismi di funzionamento poiché ciò che contava per lui era la guarigione della persona malata.

L’omeopatia è una disciplina soggettiva ma soprattutto suggestiva. Non è semplice da accettare concettualmente, ma lo è anche la meccanica quantistica che c’è dietro, nonostante quest’ultima è una branca della fisica ormai inconfutabile. Invece, di essere critici assiduamente nei suoi confronti, forse, bisogna ricercare più nei suoi dettagli, pur al costo di trovare nuovi concetti di causalità. D’altronde i farmaci tradizionali non sempre funzionano, ora per l’incompetenza medica nell’applicare certi regimi terapeutici o ora per lo sviluppo della farmacoresistenza, un concetto quest’ultimo basato in fondo sulla risposta d’adattabilità allo stress su cui l’omeopatia cerca di agire.

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